sabato 20 novembre 2010

vita d'ufficio III

Mentre le mie dita grassocce scorrevano impacciate sulla tastiera qwerty, come al solito posizionata storta sulla scrivania del mio ufficio, i miei occhi rotondi e concentrati controllavano parola per parola ciò che stavo scrivendo: era la prima mail del giorno, forse la più importante, e a costo di impiegarci ore non volevo sbagliare neanche un accento.

Buongiorno! Come stai? Hai passato una buona notte? Spero di si. :-) Quando vuoi (se ti va), andiamo a prendere un caffé. Ciaoooooo!!
I.

Prima di spedirla, la rilessi un paio di volte e la trovai simpatica. Schiacciai allora il pulsante send, tenendo premuto più a lungo del necessario il tasto sinistro del mouse, e la piccola finestrella grigia mi avvertì che il messaggio era stato inviato correttamente.
Sentii il cuore sobbalzare diverse volte, come se potessi ancora pentirmi di quello che avevo appena fatto, e restai a lungo, con la mano sopra il mouse sudato, senza sapere esattamente cosa fare per alleviare l'ansia che, inevitabile, mi aveva già attanagliato il cuore.
Provai a passarmi la lingua sulla bocca ma non riuscii a trovare il sollievo che speravo. Provai allora a temporeggiare, variando a casaccio le impostazioni del monitor, ma neanche questo servì a qualcosa. Cercai infine di distrarmi, contando i miei respiri affannati e grassi, ma dovetti arrendermi a me stesso, e come un pazzo cominciai a schiacciare freneticamente il pulsante get message, nella speranza che lei avesse già risposto. Non consideravo che erano passati solo pochi secondi da quando avevo spedito la mail, volevo la sua risposta subito: get message, get message, get messsage.
Solo dopo diversi tentativi senza risultato, irritato, vagamente rassegnato ma fiducioso, iconizzai il programma della mail - osservandolo a bocca aperta mentre si collocava con una giravolta nella barra in basso del monitor - e lanciai i programmi che mi servivano per lavorare.
Nell'attesa, chiusi gli occhi e stirai le braccia sopra la testa, odorandomi furtivamente le ascelle ed emettendo un piccolo sospiro compiaciuto. Mi rigirai intorno con gli occhi un paio di volte, soffermandomi sulle teste dei miei colleghi, ed infine, con le dita grassocce e sudate, mi accarezzai distrattamente i capelli unti, riempiendo così di forfora la mia camicia e la scrivania opaca. Abbassai lo sguardo verso quello schifo e sentii come un pugno allo stomaco per la vergogna: ma perche’ mai, lei, dovrebbe rispondere alla mia mail?, pensai allora. Senza una risposta e con gli occhi di nuovo chiusi, unii le mani sul petto e, con abitudine, pregai in silenzio il Signore.
Fu allora che il bip della mail mi avvertì che era arrivata della posta. Alzai lo sguardo verso il monitor, praticamente al rallentatore, e spalancai gli occhi sotto la fronte grigia. Dimenticai la forfora e le mie dita grassocce e col cuore a mille e sciocca fiducia, riaprii il programma della mail: davanti ai miei occhi, in neretto più scuro rispetto agli altri, c'era in effetti un messaggio nuovo. Ed era proprio suo.

Buongiorno a te! La mia notte e' stata cosìcosì, ho dormito poco e male.
Adesso sono occupata, magari più tardi.
Ciao.
AMB

Le mie mani, come ogni volta che ricevevo una sua mail, cominciarono a sudare e a gonfiarsi, mentre a poco a poco perdevo il controllo di me stesso, diviso fra imbarazzo ed eccitazione fisica.
Non potevo però perdere la testa e per questo, prima di risponderle nuovamente, aspettai a lungo, lavorando alle mie giacenze e cercando di non pensare troppo alle cose che volevo fare con lei.
Poi, dopo una mezz’oretta circa, pensando di essere calmo a sufficienza, scrissi un messaggio che mi sembrava intelligente.

Eh, se tu fai la birichina, cosa vuoi? La notte e' fatta per dormire!

Inviai la mail e mi lasciai andare sullo schienale, sentendo il sudore nella schiena e nel sedere, e cercai di scaricare tutta la tensione. Ero sicuro di aver scritto un messaggio praticamente perfetto - la mancanza di firma e la battuta maliziosa l’avrebbero spinta a rispondermi, in un modo o in un altro, per evitare di lasciare qualcosa in sospeso – e per questo mi stupii parecchio quando, neanche due secondi dopo, ricevetti la sua risposta.

AH AH AH!

Mi morsi le labbra, rileggendo più volte quelle tre sillabe, e soffocai dentro di me qualsiasi commento. Mi alzai, nervoso e irritato, e dopo aver scaraventato una matita contro il computer, bofonchiando parole oscene su di lei, mi diressi pesantemente verso il bagno, chiudendomi nel primo gabinetto libero e ripensando di continuo a quella mail.
Non riuscivo a capire cosa volesse dire con quel messaggio stupido. L’avevo forse messa in imbarazzo? Ma io ero stato attento a non esagerare! Cosa le prendeva?
Forse voleva solo fare la preziosa? Voleva che continuassi su quella strada?
Non sapendo cosa fare, decisi di comportarmi da uomo, e decisi di invitarla a pranzo!
Rientrai in ufficio, eccitato come un bambino per la mia decisione, e cercai di lavorare sodo per distrarmi il più possibile, anche se in realtà, buona parte del mio cervello, lavorava freneticamente alla mail successiva.
Verso mezzogiorno cominciai a scrivere il nuovo messaggio. Doveva essere breve e apparire leggero, quasi disinteressato, per non fare troppa brutta figura nel caso rifiutasse.

Ciao, vieni a pranzo con me, al ristorante all'angolo, verso l'una e mezza?
Ciao.
I.

Questa volta non volli rileggere il messaggio e lo mandai così come mi era venuto, con il cuore che mi esplodeva per l'emozione e le tempie che si riempivano di sudore. Restai nuovamente in attesa, per l'ennesima volta in quella mattinata strana, e per un po' feci finta di lavorare.
Dopo una decina di minuti, simulando disinvoltura per non insospettire i colleghi, riaprii la mail e schiacciai con ottimismo il magico pulsante get message. Lo schiacciai più volte ma non comparve nessun messaggio nuovo.
Sentii la rabbia salire su fino in testa e provai voglia di spaccare il monitor, mentre il mio cervello si riempiva di speranze sotto forma di domande: forse la sua mail non funziona? O forse la mia? Forse oggi esce prima e quindi non pranza? O forse non l'ha ancora letta e basta?
Passò un'altra mezz'ora di truce attesa ed io dovevo fare la pipì, ma non mi volli alzare per non perdere di vista la mail. Allora, per distrarmi, cominciai a guardarmi attorno - le pareti verdi dei box con appese le foto delle squadre di calcio, i neon grigi che non ti facevano capire se fuori fosse mattina o sera, i bocchettoni dell'aria condizionata che mantenevano sempre la stessa temperatura di 25 gradi – e mi soffermai in particolare sulla persona con cui condividevo la scrivania. Le studiai la nuca, mentre con i denti mi trucidavo le unghia, e osservai i suoi pochi movimenti. Sembrava morta.
Mi rigirai verso il mio computer, un po' più calmo, e controllai nuovamente le mail. Niente.
Aprii i settaggi del programma e svogliatamente, con il mento appoggiato su una mano, controllai che tutte le impostazioni fossero giuste. Controllai anche il volume del computer e lo misi al massimo, così che il bip fosse ben udibile.
Tornai al lavoro e presto mancò solo una decina di minuti all'una del pomeriggio. Riprovai ad aprire il programma e questa volta, quando schiaccia il pulsante, sentii il bip trillare a lungo mentre due nuovi messaggi si materializzavano, in neretto, davanti ai miei occhi eccitati. Sentii subito una pugnalata al cuore, un misto di gioia e turbamento, che presto fu sostituito dalla delusione: nessuno dei due messaggi, infatti, era suo.
Presi le due mail, e senza neanche leggerle le gettai nel cestino, sbuffando.
Da un pezzo i colleghi avevano cominciato a radunarsi per il pranzo ed io presto mi ritrovai senza sapere più come temporeggiare, senza fare brutta figura.
Quella stupida continuava a non rispondermi ma in qualche modo riuscii ad arrivare fino all'una e un quarto, l'una e venti, l’una e venticinque.
Fu all'una e ventinove, quando non riuscivo più a trattenere i colleghi che scalpitavano per andare a pranzo, che mi presi di coraggio e decisi di risolvere la questione da uomo.
Sentii il cuore scoppiare e la fronte sudare di nuovo. Mi girai di 180 gradi e trascinando la sedia mi avvicinai alla persona con cui condividevo la scrivania. Mi schiarii la voce e lei si girò quando sentii la mia mano grassoccia sul suo gomito. Poi, senza riuscire a guardarla negli occhi, cominciai a parlare:
- Hey, ti ho mandato una mail, ma forse non l’hai letta...

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