domenica 14 novembre 2010

Vita d'ufficio II

Avevo appena lasciato il parcheggio e mi dirigevo con la testa calata sul petto verso i neon e l'aria condizionata dell'ufficio. Soffiava il solito vento e come sempre, o almeno come sempre da quando avevo cominciato a sospettare che non mi piacesse lavorare li, avevo l'impressione che nel raggio di un chilometro dall'edificio esistesse solo l'inverno. Sentii il desiderio di caffé e sigaretta e forse, vergognandomene ulteriormente, di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno.
Dirigendomi verso l’edificio mi chiesi, in un imprudente istante di follia, cosa sarebbe successo se quella mattina, invece di timbrare il cartellino e salire in ufficio, fossi tornato sui miei passi trascinati, infilandomi in macchina, e mi fossi diretto verso il mare, l’ippodromo o un qualsiasi negozio di video pornografici.
Mi chiesi, cominciando a sudare freddo, cosa sarebbe successo se mi fossi assentato senza avvertire nessuno e soprattutto senza una valida ragione.
Rabbrividii a quei pensieri e mi precipitai verso la maniglia umida della porta antipanico allarmata e da non ingombrare neanche temporaneamente. Al contatto con il ferro mi sentii di nuovo al sicuro mentre il primo conato di vomito del giorno saliva acido lungo la gola raschiata.
Entrai in ufficio ancora provato da quei pensieri e salutai con un cenno della testa le persone che mi trovai davanti. Nessuno si accorse di me.
Accesi il computer e nell'attesa mi girai verso il mio vicino di scrivania. Lo guardai a lungo e mi accorsi che non riuscivo a ricordarne il nome, pur essendo sicuro di aver scambiato quattro chiacchiere con lui, una o due volte, negli ultimi anni. Avrei riconosciuto fra mille la cicatrice che gli correva lungo il lato destro della testa, ma non avrei saputo dire se fosse sposato o se parlasse la mia lingua.
- Ehy ciao - gli dissi allora, senza sapere neanche bene perchè. Lui si girò meccanicamente e spalancò gli occhi grigi. Mi sorpresi nell'accorgermi che il colore dei suoi occhi fosse identico a quello dei miei.
- Ciao - rispose.
- Sei arrivato presto stamattina? – gli sorrisi quasi.
A quel punto non rispose niente. Si alzò di scatto e mi guardò con odio e paura. Mi puntò il dito contro, e poi, dopo aver preso un respiro, allargò le mani come per un padre nostro.
- Stai violando la mia privacy! - disse alla fine.
Io divenni subito rosso – lo capii immediatamente – e mi sentii morire per quello stupido errore. Lo pregai di perdonarmi.
Per la prima ora della giornata non riuscii a concludere proprio niente. La vergogna per quel passo falso mi aveva mangiato il cuore, e la paura di una ripicca o di una punizione mi aveva riempito il cervello di paura.
Durante la pausa pranzo decisi di non mangiare in mensa - avevo il terrore di incontrare il mio vicino di scrivania, di incontrare I suoi occhi grigi - e non sapendo come ci si comportasse fuori dalla mensa, mi avviai titubante verso il bar che si trovava dall'altro lato della strada.
Il cielo era costantemente grigio e la camicia mi stava appiccicata addosso. Il rumore delle nuvole mi schiacciava i timpani e annebbiava il cervello.
Per riprendermi da quella brutta mattinata, decisi di consolarmi con un caffé. Rientrai in ufficio, con gli occhi dei vigilantes addosso, con un umore migliore e sicuramente più tranquillo. Alla fine - pensai prima di rientrare nella stanza - uno sbaglio lo può fare chiunque! -
Quella sera rimasi a lavoro fino a quando non mi ritrovai da solo. Ebbi la sgradevole sensazione che tutte le altre persone fossero uscite simultaneamente ma non riuscii a convincermene. Non me lo ricordavo proprio.
Alzai lo sguardo verso la porta da cui entrava una sottile corrente d'aria e vidi due piccole ombre che entravano nella stanza. Li riconobbi subito e mi si congelò il sangue nelle vene. Provai ad alzarmi ma caddi dalla sedia. La piccola signora bionda con lo sguardo felino mi si fece incontro, lesta, mettendomi una mano dietro la testa e facendomi alzare, mentre l'altro uomo restava impassibile a fissarmi, mentre con le mani picchettava il suo famoso canino storto.
- Buonasera, buonasera... - farfugliai sistemandomi I vestiti con le mani. Sentii nuovamente il bisogno di vomitare.
- Buonasera - rispose l'uomo, adesso leggendo I fogli flaccidi che aveva in mano - buonasera…
Sentii scoppiarmi il viso e le mani, vene e sinapsi sembravano impazzite dentro il mio cervello mentre gli occhi grigi della donna bionda mi pugnalavano senza scampo. Sapevo chi avevo davanti e sapevo che avrei dovuto pagare tutto.
- Oggi giornata piena, eh? - fece l'uomo con tono ironico - oggi un sacco di errori, eh?
- No, mai io...
- Non parli, non parli - mi consigliò la donna bionda mentre chiudeva dolcemente la porta. – non parli…
- Disturbo dei colleghi, pensieri di evasione, pranzo fuori e un caffé! -
Abbassai il capo, con vergogna, e chiusi gli occhi. Avevo sbagliato ma forse me la sarei cavata senza violenza. Forse, sarebbe durato meno dei famosi 19 minuti. Forse, avrei rivisto di nuovo i miei colleghi dopo.
Durò esattamente 19 minuti dopodichè mi lasciarono solo, senza voglia di piangere né di alzarmi da terra.
- E mi raccomando – sentii la donna bionda gridarmi da lontano, allegra – il cartellino con la foto, lo tenga sempre bene in vista!

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