lunedì 22 novembre 2010

Vita d'ufficio IV

Se pensate che la figura dell’organizzatore di eventi, in ufficio, sia la figura peggiore che possa esistere, beh, vi sbagliate di grosso. Se davvero pensate che in ufficio non esista nessuno più evitabile di un entusiasta, allora, vi consiglio di dare un’occhiata a questo elenco, augurandomi che abbiate lo stomaco abbastanza forte per arrivare fino in fondo. Siete pronti? Bene, si comincia: i tuttologhi, i bigotti, i cattolici, i bigotti-cattolici, gli evangelisti, gli isterici, i complessati, gli invidiosi, gli esperti di fotografia, gli esperti di telefoni, gli esperti di tutto, gli eterni sospettosi, i terribili leccaculo, i frustrati, i nerds (che possano bruciare vivi), i chitarristi taciturni, gli smanettoni sboroni, i caffeinomani, i sindacalisti, i politici, i fottuti ballerini di latino-americano che fanno la giravolta mentre sono in fila a mensa, gli scribacchini noiosi, i calciatori, i tifosi, i megalomani, i fascisti nostalgici della merda che li ha generati, i marxisti, i sub-contractor (l’invidia del dipendente), gli invidiosi che inquinano il campo, i padri perfetti e le madri coi sensi di colpa, gli eterni figli che a quaranta anni non sanno stirare una camicia, i nullafacenti sempre troppo occupati, gli storpi, gli assenteisti, gli amanti dei gatti, dei fiori e delle moto, i repressi sessualmente, i finocchi repressi, i palestrati che camminano come robot, gli eterni abbronzati con il loro sicuro cancro alla pelle, gli ignoranti, le figure anonime che si aggirano per i corridoi come fantasmi, gli urlatori, gli ipocondriaci che hanno sempre i fazzolettini di carta dentro la borsa, i raccomandati, i ciaura-pacchio, i reazionari, i progressivi, i semplicisti e i semplicioni (che razza di bastardi), i sado-masochisti, i sordi, i ciechi e i muti che emettono quei fastidiosissimi suoni quando cercano di parlare, gli scorreggioni impavidi, gli smemorati, gli avari, gli scrocconi, i volontari di qualsiasi cazzo di cosa, gli eterni giovani e i vecchi già a trent’anni, le tettone sbilenche, i soprannomisti (quelli che mettono il soprannome a chiunque), i passa-pitittu, i buontemponi con gli occhi troppo grandi, gli scadenti dongiovanni, le scadenti femme fatale, i quattrocchi buffi, gli sciovinisti invertebrati, i vegetariani integralisti e i vegani bacchettoni, gli inaffidabili, i presuntuosi, i figli di puttana, gli arrivisti, i depressi da prendere a martellate nelle gengive, gli shockati di varia natura, i jazzisti con il loro insopportabile modo di parlare, gli attori di teatro dilettanti allo sbaraglio, gli sparasentenze, i nani e le pertiche, i pelati, i capelloni e i barboni, gli imbronciati, i teatranti, i superbi, i palloni gonfiati, i collezionisti di post-it, di succhi di frutta e di foto tessere, le vamp andate a male, le cozze ultra cinquantenni, i pendolari giornalieri e i pendolari settimanali che offendono il buon senso, i puzzoni, i naturalisti, gli ambientalisti, gli animalisti (ma santo padre, non avete proprio di meglio da fare?), gli opinionisti, gli snob, i viscidi qualunquisti silenziosi, i malvestiti con le loro camicie a quadretti, le palle di lardo e gli scheletri ambulanti, i freakettoni ritardati e i fighetti del cazzo con la mercedes comprata a rate, i bugiardi, i manipolatori e i manipolati, i maschilisti, quelli che cantano le sigle dei cartoni animati, gli alternativi filo-complottisti che ti guardano dall’alto verso il basso.
Ecco, se pensate ancora che la figura di un entusiasta organizzatore di eventi sia la peggiore che possiate incontrare, beh, allora, vuol dire che siete fra i fortunati a non lavorare in un cubo di ufficio. Oppure, maledetti bastardi, che forse vi siete riconosciuti…

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sabato 20 novembre 2010

vita d'ufficio III

Mentre le mie dita grassocce scorrevano impacciate sulla tastiera qwerty, come al solito posizionata storta sulla scrivania del mio ufficio, i miei occhi rotondi e concentrati controllavano parola per parola ciò che stavo scrivendo: era la prima mail del giorno, forse la più importante, e a costo di impiegarci ore non volevo sbagliare neanche un accento.

Buongiorno! Come stai? Hai passato una buona notte? Spero di si. :-) Quando vuoi (se ti va), andiamo a prendere un caffé. Ciaoooooo!!
I.

Prima di spedirla, la rilessi un paio di volte e la trovai simpatica. Schiacciai allora il pulsante send, tenendo premuto più a lungo del necessario il tasto sinistro del mouse, e la piccola finestrella grigia mi avvertì che il messaggio era stato inviato correttamente.
Sentii il cuore sobbalzare diverse volte, come se potessi ancora pentirmi di quello che avevo appena fatto, e restai a lungo, con la mano sopra il mouse sudato, senza sapere esattamente cosa fare per alleviare l'ansia che, inevitabile, mi aveva già attanagliato il cuore.
Provai a passarmi la lingua sulla bocca ma non riuscii a trovare il sollievo che speravo. Provai allora a temporeggiare, variando a casaccio le impostazioni del monitor, ma neanche questo servì a qualcosa. Cercai infine di distrarmi, contando i miei respiri affannati e grassi, ma dovetti arrendermi a me stesso, e come un pazzo cominciai a schiacciare freneticamente il pulsante get message, nella speranza che lei avesse già risposto. Non consideravo che erano passati solo pochi secondi da quando avevo spedito la mail, volevo la sua risposta subito: get message, get message, get messsage.
Solo dopo diversi tentativi senza risultato, irritato, vagamente rassegnato ma fiducioso, iconizzai il programma della mail - osservandolo a bocca aperta mentre si collocava con una giravolta nella barra in basso del monitor - e lanciai i programmi che mi servivano per lavorare.
Nell'attesa, chiusi gli occhi e stirai le braccia sopra la testa, odorandomi furtivamente le ascelle ed emettendo un piccolo sospiro compiaciuto. Mi rigirai intorno con gli occhi un paio di volte, soffermandomi sulle teste dei miei colleghi, ed infine, con le dita grassocce e sudate, mi accarezzai distrattamente i capelli unti, riempiendo così di forfora la mia camicia e la scrivania opaca. Abbassai lo sguardo verso quello schifo e sentii come un pugno allo stomaco per la vergogna: ma perche’ mai, lei, dovrebbe rispondere alla mia mail?, pensai allora. Senza una risposta e con gli occhi di nuovo chiusi, unii le mani sul petto e, con abitudine, pregai in silenzio il Signore.
Fu allora che il bip della mail mi avvertì che era arrivata della posta. Alzai lo sguardo verso il monitor, praticamente al rallentatore, e spalancai gli occhi sotto la fronte grigia. Dimenticai la forfora e le mie dita grassocce e col cuore a mille e sciocca fiducia, riaprii il programma della mail: davanti ai miei occhi, in neretto più scuro rispetto agli altri, c'era in effetti un messaggio nuovo. Ed era proprio suo.

Buongiorno a te! La mia notte e' stata cosìcosì, ho dormito poco e male.
Adesso sono occupata, magari più tardi.
Ciao.
AMB

Le mie mani, come ogni volta che ricevevo una sua mail, cominciarono a sudare e a gonfiarsi, mentre a poco a poco perdevo il controllo di me stesso, diviso fra imbarazzo ed eccitazione fisica.
Non potevo però perdere la testa e per questo, prima di risponderle nuovamente, aspettai a lungo, lavorando alle mie giacenze e cercando di non pensare troppo alle cose che volevo fare con lei.
Poi, dopo una mezz’oretta circa, pensando di essere calmo a sufficienza, scrissi un messaggio che mi sembrava intelligente.

Eh, se tu fai la birichina, cosa vuoi? La notte e' fatta per dormire!

Inviai la mail e mi lasciai andare sullo schienale, sentendo il sudore nella schiena e nel sedere, e cercai di scaricare tutta la tensione. Ero sicuro di aver scritto un messaggio praticamente perfetto - la mancanza di firma e la battuta maliziosa l’avrebbero spinta a rispondermi, in un modo o in un altro, per evitare di lasciare qualcosa in sospeso – e per questo mi stupii parecchio quando, neanche due secondi dopo, ricevetti la sua risposta.

AH AH AH!

Mi morsi le labbra, rileggendo più volte quelle tre sillabe, e soffocai dentro di me qualsiasi commento. Mi alzai, nervoso e irritato, e dopo aver scaraventato una matita contro il computer, bofonchiando parole oscene su di lei, mi diressi pesantemente verso il bagno, chiudendomi nel primo gabinetto libero e ripensando di continuo a quella mail.
Non riuscivo a capire cosa volesse dire con quel messaggio stupido. L’avevo forse messa in imbarazzo? Ma io ero stato attento a non esagerare! Cosa le prendeva?
Forse voleva solo fare la preziosa? Voleva che continuassi su quella strada?
Non sapendo cosa fare, decisi di comportarmi da uomo, e decisi di invitarla a pranzo!
Rientrai in ufficio, eccitato come un bambino per la mia decisione, e cercai di lavorare sodo per distrarmi il più possibile, anche se in realtà, buona parte del mio cervello, lavorava freneticamente alla mail successiva.
Verso mezzogiorno cominciai a scrivere il nuovo messaggio. Doveva essere breve e apparire leggero, quasi disinteressato, per non fare troppa brutta figura nel caso rifiutasse.

Ciao, vieni a pranzo con me, al ristorante all'angolo, verso l'una e mezza?
Ciao.
I.

Questa volta non volli rileggere il messaggio e lo mandai così come mi era venuto, con il cuore che mi esplodeva per l'emozione e le tempie che si riempivano di sudore. Restai nuovamente in attesa, per l'ennesima volta in quella mattinata strana, e per un po' feci finta di lavorare.
Dopo una decina di minuti, simulando disinvoltura per non insospettire i colleghi, riaprii la mail e schiacciai con ottimismo il magico pulsante get message. Lo schiacciai più volte ma non comparve nessun messaggio nuovo.
Sentii la rabbia salire su fino in testa e provai voglia di spaccare il monitor, mentre il mio cervello si riempiva di speranze sotto forma di domande: forse la sua mail non funziona? O forse la mia? Forse oggi esce prima e quindi non pranza? O forse non l'ha ancora letta e basta?
Passò un'altra mezz'ora di truce attesa ed io dovevo fare la pipì, ma non mi volli alzare per non perdere di vista la mail. Allora, per distrarmi, cominciai a guardarmi attorno - le pareti verdi dei box con appese le foto delle squadre di calcio, i neon grigi che non ti facevano capire se fuori fosse mattina o sera, i bocchettoni dell'aria condizionata che mantenevano sempre la stessa temperatura di 25 gradi – e mi soffermai in particolare sulla persona con cui condividevo la scrivania. Le studiai la nuca, mentre con i denti mi trucidavo le unghia, e osservai i suoi pochi movimenti. Sembrava morta.
Mi rigirai verso il mio computer, un po' più calmo, e controllai nuovamente le mail. Niente.
Aprii i settaggi del programma e svogliatamente, con il mento appoggiato su una mano, controllai che tutte le impostazioni fossero giuste. Controllai anche il volume del computer e lo misi al massimo, così che il bip fosse ben udibile.
Tornai al lavoro e presto mancò solo una decina di minuti all'una del pomeriggio. Riprovai ad aprire il programma e questa volta, quando schiaccia il pulsante, sentii il bip trillare a lungo mentre due nuovi messaggi si materializzavano, in neretto, davanti ai miei occhi eccitati. Sentii subito una pugnalata al cuore, un misto di gioia e turbamento, che presto fu sostituito dalla delusione: nessuno dei due messaggi, infatti, era suo.
Presi le due mail, e senza neanche leggerle le gettai nel cestino, sbuffando.
Da un pezzo i colleghi avevano cominciato a radunarsi per il pranzo ed io presto mi ritrovai senza sapere più come temporeggiare, senza fare brutta figura.
Quella stupida continuava a non rispondermi ma in qualche modo riuscii ad arrivare fino all'una e un quarto, l'una e venti, l’una e venticinque.
Fu all'una e ventinove, quando non riuscivo più a trattenere i colleghi che scalpitavano per andare a pranzo, che mi presi di coraggio e decisi di risolvere la questione da uomo.
Sentii il cuore scoppiare e la fronte sudare di nuovo. Mi girai di 180 gradi e trascinando la sedia mi avvicinai alla persona con cui condividevo la scrivania. Mi schiarii la voce e lei si girò quando sentii la mia mano grassoccia sul suo gomito. Poi, senza riuscire a guardarla negli occhi, cominciai a parlare:
- Hey, ti ho mandato una mail, ma forse non l’hai letta...

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domenica 14 novembre 2010

Vita d'ufficio II

Avevo appena lasciato il parcheggio e mi dirigevo con la testa calata sul petto verso i neon e l'aria condizionata dell'ufficio. Soffiava il solito vento e come sempre, o almeno come sempre da quando avevo cominciato a sospettare che non mi piacesse lavorare li, avevo l'impressione che nel raggio di un chilometro dall'edificio esistesse solo l'inverno. Sentii il desiderio di caffé e sigaretta e forse, vergognandomene ulteriormente, di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno.
Dirigendomi verso l’edificio mi chiesi, in un imprudente istante di follia, cosa sarebbe successo se quella mattina, invece di timbrare il cartellino e salire in ufficio, fossi tornato sui miei passi trascinati, infilandomi in macchina, e mi fossi diretto verso il mare, l’ippodromo o un qualsiasi negozio di video pornografici.
Mi chiesi, cominciando a sudare freddo, cosa sarebbe successo se mi fossi assentato senza avvertire nessuno e soprattutto senza una valida ragione.
Rabbrividii a quei pensieri e mi precipitai verso la maniglia umida della porta antipanico allarmata e da non ingombrare neanche temporaneamente. Al contatto con il ferro mi sentii di nuovo al sicuro mentre il primo conato di vomito del giorno saliva acido lungo la gola raschiata.
Entrai in ufficio ancora provato da quei pensieri e salutai con un cenno della testa le persone che mi trovai davanti. Nessuno si accorse di me.
Accesi il computer e nell'attesa mi girai verso il mio vicino di scrivania. Lo guardai a lungo e mi accorsi che non riuscivo a ricordarne il nome, pur essendo sicuro di aver scambiato quattro chiacchiere con lui, una o due volte, negli ultimi anni. Avrei riconosciuto fra mille la cicatrice che gli correva lungo il lato destro della testa, ma non avrei saputo dire se fosse sposato o se parlasse la mia lingua.
- Ehy ciao - gli dissi allora, senza sapere neanche bene perchè. Lui si girò meccanicamente e spalancò gli occhi grigi. Mi sorpresi nell'accorgermi che il colore dei suoi occhi fosse identico a quello dei miei.
- Ciao - rispose.
- Sei arrivato presto stamattina? – gli sorrisi quasi.
A quel punto non rispose niente. Si alzò di scatto e mi guardò con odio e paura. Mi puntò il dito contro, e poi, dopo aver preso un respiro, allargò le mani come per un padre nostro.
- Stai violando la mia privacy! - disse alla fine.
Io divenni subito rosso – lo capii immediatamente – e mi sentii morire per quello stupido errore. Lo pregai di perdonarmi.
Per la prima ora della giornata non riuscii a concludere proprio niente. La vergogna per quel passo falso mi aveva mangiato il cuore, e la paura di una ripicca o di una punizione mi aveva riempito il cervello di paura.
Durante la pausa pranzo decisi di non mangiare in mensa - avevo il terrore di incontrare il mio vicino di scrivania, di incontrare I suoi occhi grigi - e non sapendo come ci si comportasse fuori dalla mensa, mi avviai titubante verso il bar che si trovava dall'altro lato della strada.
Il cielo era costantemente grigio e la camicia mi stava appiccicata addosso. Il rumore delle nuvole mi schiacciava i timpani e annebbiava il cervello.
Per riprendermi da quella brutta mattinata, decisi di consolarmi con un caffé. Rientrai in ufficio, con gli occhi dei vigilantes addosso, con un umore migliore e sicuramente più tranquillo. Alla fine - pensai prima di rientrare nella stanza - uno sbaglio lo può fare chiunque! -
Quella sera rimasi a lavoro fino a quando non mi ritrovai da solo. Ebbi la sgradevole sensazione che tutte le altre persone fossero uscite simultaneamente ma non riuscii a convincermene. Non me lo ricordavo proprio.
Alzai lo sguardo verso la porta da cui entrava una sottile corrente d'aria e vidi due piccole ombre che entravano nella stanza. Li riconobbi subito e mi si congelò il sangue nelle vene. Provai ad alzarmi ma caddi dalla sedia. La piccola signora bionda con lo sguardo felino mi si fece incontro, lesta, mettendomi una mano dietro la testa e facendomi alzare, mentre l'altro uomo restava impassibile a fissarmi, mentre con le mani picchettava il suo famoso canino storto.
- Buonasera, buonasera... - farfugliai sistemandomi I vestiti con le mani. Sentii nuovamente il bisogno di vomitare.
- Buonasera - rispose l'uomo, adesso leggendo I fogli flaccidi che aveva in mano - buonasera…
Sentii scoppiarmi il viso e le mani, vene e sinapsi sembravano impazzite dentro il mio cervello mentre gli occhi grigi della donna bionda mi pugnalavano senza scampo. Sapevo chi avevo davanti e sapevo che avrei dovuto pagare tutto.
- Oggi giornata piena, eh? - fece l'uomo con tono ironico - oggi un sacco di errori, eh?
- No, mai io...
- Non parli, non parli - mi consigliò la donna bionda mentre chiudeva dolcemente la porta. – non parli…
- Disturbo dei colleghi, pensieri di evasione, pranzo fuori e un caffé! -
Abbassai il capo, con vergogna, e chiusi gli occhi. Avevo sbagliato ma forse me la sarei cavata senza violenza. Forse, sarebbe durato meno dei famosi 19 minuti. Forse, avrei rivisto di nuovo i miei colleghi dopo.
Durò esattamente 19 minuti dopodichè mi lasciarono solo, senza voglia di piangere né di alzarmi da terra.
- E mi raccomando – sentii la donna bionda gridarmi da lontano, allegra – il cartellino con la foto, lo tenga sempre bene in vista!

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venerdì 12 novembre 2010

Vita d'ufficio I

Un giovane di chiare origine ebree, dopo aver trascorso una notte in bianco a causa di un’umiliazione, raggiunge il posto di lavoro con un discreto ritardo.
- Buongiorno. – esordisce strascicando la parola. Resta immobile, aspettando una risposta che non arriva dall’uomo grassoccio che gli da le spalle. Poi, inattesa, è la voce del capo che gli risponde rassicurandolo - Buongiorno! -.
- Ah, sei rientrato? - gli chiede il ragazzo ebreo, togliendo il cappotto e sistemando qua e la nella scrivania il contenuto della sua 24 ore.
- Si, sono rientrato prima. -
Il ragazzo ebreo si siede e fissa a lungo quella nuca nera con cui aveva scambiato quei pochi convenevoli. Poi fissa la schiena grassa dell’uomo che non aveva salutato. Gli torna in mente l’umiliazione che lo aveva tormentato nella notte, e gli balza, prima nel cuore, poi negli occhi, un'idea malsana di vendetta.
- Beh, - riprende con voce sicura - sono contento che sei tornato.
- Grazie, bene - gli risponde ancora la nuca.
Il ragazzo ebreo lascia passare qualche secondo.
- Si respira un'altra aria quando non ci sei tu, sai?
- In che senso? - chiede di rimando il capo, sempre senza girarsi.
Il giovane ebreo sorride, unisce le mani girando I palmi, e distende le braccia sopra la testa.
- Sai, il tuo vice sclera un po' quando non ci sei...
- Il mio vice? - chiede allora il capo, staccando adesso gli occhi dalle sue carte. Si gira lentamente sulla sua sedia, mostrando un'aria curiosa e gentile. Ha gli occhi belli.
- Si, il tuo vice. - Il giovane sorride e con un cenno della testa indica l'uomo che non aveva salutato.
Il capo accenna una risata e commenta: - Ma dai, lui non e' il mio vice, lo sai!
- Ah no? - risponde l'ebreo - strano, avrei detto di si... - finge di pensarci su, si stuzzica con I denti le pellicine del pollice, e strabuzza piu' volte gli occhi fissi nel vuoto, sospirando.
- Beh, - riprende poi - avrei detto che fosse il tuo vice...
- Ma perchè, - chiede il capo, con gli occhi stanchi - che e' successo stavolta?
- No, sai le solite cose...
L'uomo che non aveva salutato capisce solo in quel momento che si parla di lui. Distoglie gli occhi strabici dal suo computer e grugnisce nel tentativo di dire qualcosa. Un filino di bava si distende rivoltoso nel suo piccolo pizzetto.
- E' che lui si esalta quando non ci sei… - riprende l'ebreo simulando noia - comincia a fare cose strane...
Il capo sospira, già sa. - Tipo? – chiede poi rassegnato.
L’uomo che non aveva salutato pugnala con gli occhi l’ebreo, sfidandolo. Lui tira un respiro profondo e gli sorride. La bocca gli si alza solo da un lato. È pronto.
- Ma, per esempio, comincia a dire a tutti: "Hey tu, vieni qui immediatamente!". - nel raccontarlo l'ebreo imita il vocione roco e insopportabile dell'uomo che non aveva salutato.
- Ah Ah! - ride il capo, insicuro.
- Poi, - continua il ragazzo ebreo - quando le persone cominciano ad andare via, la sera, guarda sempre l'orologio e grugnisce, come fosse contrariato, come se gli altri se ne andassero troppo presto!
- Ah ah! - ancora il capo, disperato.
L'ebreo sente il cuore scoppiare dall'emozione mentre l'uomo che non aveva salutato sposta il peso da un bracciolo all'altro della sedia in cui è affossato, grasso e sudato com’è.
- E poi a qualcun altro, sempre a dire cose del tipo: "Hey sveglia, siamo al lavoro! Sveglia!". Per questo pensavo fosse il tuo vice! È sempre li a comandarci, ad umiliarci, a chiedere, chiedere, chiedere!
Il grassone che non aveva salutato cerca di alzarsi, infuocato in viso e corroso nell'anima, ma rimane incastrato nella sedia e nelle verità dell'ebreo. Il capo continua a ridere, adesso leggermente, come dovrebbe sempre fare un capo, e l'ebreo prova un senso di incompiuto, fino a quando, la conclusione della vendetta, non gli viene servita su un piatto d'argento.
- Beh, dai - riprende il capo per tranquillizzare tutti – sono sicuro che a te ti rispetta, no?
- Oh si - risponde l’ebreo, soddisfatto e pronto per la prima bugia della giornata – a me chiede solo di spompinarmi. Ma io sono sposato, lo sai, e come puoi capire non posso mica accontentarlo.


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Prima di iniziare...

...è giusto che chiarisca che i racconti pubblicati in questo spazio sono frutto di invenzione, anche quelli in cui vi sembra di riconoscervi, anche quelli in cui vi sembra di riconoscermi.
A volte per sopravvivere in ufficio, alle 8 ore quotidiane (esclusi straordinari), cinque giorni a settimana (esclusi straordinari), ai colleghi con i loro inevitabili alti e bassi (esclusi straordinari), c'è bisogno di sdrammatizzare, di prendere e prendersi un pò in giro (esclusi straordinari).
Con questi racconti voglio solo esagerare o ridimensionare i tic classici degli uffici, le dinamiche fra colleghi e superiori, fra personale e vigilanza, fra impiegati e impiegate, fra anziani e pivelli, voglio ridare la giusta dignità alla macchinetta del caffè, alla mail aziendale, alle porte blindate, ai parcheggi sterminati e a quella che un uomo molto più saggio di me, tempo fa, definì La Nuvoletta dell'Impiegato...
Insomma, volevo solo divertirvi (esclusi straordinari) con storie assurde ma, sicuramente, possibili...
Buona lettura!
A.P.